Settimo Cielo di Sandro Magist: Gli ex anglicani d’America dicono no alla comunione ai divorziati risposati

 

Settimo Cielo di Sandro Magist

Gli ex anglicani d’America dicono no alla comunione ai divorziati risposati

Lettera

 

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A papa Francesco non sono mai piaciuti gli anglicani che si fanno cattolici. Preferisce che restino dove sono, e l’ha detto. Intanto però ha ricevuto in eredità dal suo predecessore Benedetto XVI un ordinariato speciale, eretto nel 2012, che ha in cura proprio i fedeli degli Stati Uniti e del Canada convertiti dall’anglicanesimo.

Questo ordinariato ha il nome della Cattedra di San Pietro e opera come un’immensa diocesi con sede centrale a Houston, nel Texas. Ad essa fanno capo più di quaranta parrocchie. Le sue liturgie fanno tesoro della tradizione anglicana, che non è molto diversa da quella cattolica più attaccata alla tradizione. Il suo vescovo è Steven J. Lopes, 42 anni, nato in California da padre portoghese e madre polacca, per dieci anni, dal 2005, ufficiale della congregazione vaticana per la dottrina della fede, e promosso a questo ruolo da papa Francesco il 24 novembre 2015.

Ebbene, in gennaio il vescovo Lopes ha offerto ai suoi sacerdoti e fedeli una lettera pastorale con le istruzioni su come interpretare e mettere in pratica « Amoris laetitia ».

> A Pledged Troth

E naturalmente tutti sono subito corsi a leggere che cosa vi era scritto sulla controversa questione della comunione ai divorziati risposati.

Trovando questa risposta:

« Una coppia civilmente riposata, se impegnata alla completa astinenza, può accedere all’eucaristia, dopo un serio discernimento con il suo pastore e facendo ricorso al sacramento della riconciliazione ».

Una risposta perfettamente in linea sia col titolo dato alla lettera pastorale – « Una fedeltà a tutta prova » – sia soprattutto con il magistero della Chiesa di sempre, da San Paolo al Concilio di Trento agli ultimi papi prima dell’attuale.

Ecco più in esteso il passaggio riguardante la comunione ai divorziati risposati.

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UNA FEDELTÀ A TUTTA PROVA


di Steven J. Lopes

[…] La formazione della coscienza « può includere l’aiuto dei sacramenti », compresa la riconciliazione e, in certe condizioni, l’eucaristia (Amoris laetitia, n. 351, n. 336). Come la Chiesa insegna, e come ha sempre tenuto fermo, poiché ricevere l’eucaristia è ricevere Cristo stesso, « chi è consapevole di aver commesso un peccato grave deve ricevere il sacramento della riconciliazione prima di accedere alla comunione » (Catechismo della Chiesa cattolica, 1385). San Paolo ha ammonito che « chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor 11, 29), come papa Giovanni Paolo II ha riaffermato: « Vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, ‘si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale' » (Ecclesia de Eucharistia, 36).

Sotto la guida dei loro pastori evitando occasioni di confusione e di scandalo, i divorziati civilmente risposati possono ricevere l’eucaristia, a condizione che quando « per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi » (Familiaris consortio, 84). Una coppia risposata, se impegnata alla completa astinenza, può accedere all’eucaristia, dopo un serio discernimento con il suo pastore e facendo ricorso al sacramento della riconciliazione. Questa coppia può anche provare come sia difficile la continenza, e può talvolta cadere, nel qual caso essi, come ogni cristiano, si devono pentire, confessare i loro peccati e ricominciare di nuovo.

La riconciliazione esige il pentimento, « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire! (Catechismo della Chiesa cattolica, 1451) Una coppia civilmente risposata fermamente decisa a una completa castità si impegna quindi a non peccare di nuovo, il che è del tutto diverso da una coppia civilmente risposata che non ha la ferma volontà di vivere castamente, per quanto possa provare dolore per il fallimento del primo matrimonio. In una situazione come questa, o essi non riconoscono che la loro mancanza di castità, che è adulterio, è un peccato grave, oppure non hanno il fermo proposito di evitare il peccato. In entrambi i casi la disposizione richiesta per la riconciliazione non è adempiuta, ed essi riceverebbero l’eucaristia in stato di peccato grave. A meno che e fino a quando i civilmente risposati sinceramente intendono astenersi del tutto dalle relazioni sessuali, la disciplina sacramentale non consente loro di ricevere l’eucaristia.

Il fermo proposito di vivere castamente è difficile, ma la castità è possibile e « si può vivere con la forza della grazia » (Amoris laetitia, 295)… Dio comanda solo ciò che è per la nostra felicità e non ci abbandona mai nella debolezza e nel bisogno. […]

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Nel frattempo, papa Francesco continua a non rispondere alle richieste – rivoltegli in primis da quattro cardinali – di « fare chiarezza » sui dubbi suscitati da alcuni passaggi della sua esortazione postsinodale « Amoris laetitia ».

Si è pronunciato, finora, solo con poche parole allusive, indispettite. Oppure approvando quanto detto e scritto di permissivo dai vescovi argentini della regione di Buenos Aires e dal suo vicario per la diocesi di Roma.

Il papa ha scelto di tacere anche quando per forza di cose è incappato in testi liturgici che avrebbero potuto costringerlo a pronunciarsi.

Ad esempio, il 4 ottobre 2015 Francesco si guardò bene dal citare e commentare il brano del Vangelo di Marco (10, 2-12) che si lesse in tutte le chiese cattoliche del mondo, a messa, in quella domenica d’inizio del sinodo del 2015 sulla famiglia, il brano nel quale Gesù esclude tassativamente il divorzio consentito dalla legge di Mosè.

E lo stesso è accaduto domenica scorsa, con il parallelo brano del Vangelo di Matteo (5, 17-37) letto a messa in tutte le chiese. All’Angelus, Francesco ha schivato di citare sia quel passaggio, sia quell’altro di poche righe più avanti nel quale Gesù dice: « Sia il vostro parlare sì sì, no no ».

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Tornando agli anglicani passati al cattolicesimo, c’è una florida parrocchia, a San Antonio, nel Texas, nata negli anni Ottanta da una prima ondata di conversioni, che ora chiede di aderire all’ordinariato della Cattedra di San Pietro.

Ma il vescovo di San Antonio, Gustavo Garcia-Siller, non solo non glielo consente, ma ha sospeso dal suo ruolo il parroco e fondatore della parrocchia, il reverendo Christopher Phillips.

Il timore del vescovo è che l’intera parrocchia, con i suoi numerosi fedeli anche di rito latino, sfugga al suo controllo ed emigri verso il lido anglo-cattolico, per lui troppo « all’antica » sia sotto il profilo liturgico, sia sotto il profilo della dottrina e della pastorale, a giudicare dalla lettera del suo ordinario a commento di « Amoris laetitia ».


The Ex-Anglicans of America Say No To Communion for the Divorced and Remarried

Lettera

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Pope Francis has never liked the Anglicans who become Catholic. He prefers that they stay where they are, and has said so. Meanwhile, however, he has received as a legacy from his predecessor, Benedict XVI, a special ordinariate set up in 2012, which takes care of none other than the faithful of the Unites States and Canada who have converted from Anglicanism.

This ordinariate goes by the name of the Chair of Saint Peter and operates as an immense diocese headquartered in Houston, Texas. It is in charge of more than forty parishes. Its liturgies enshrine the Anglican tradition, which is not much different from the traditional Catholic form. Its bishop is Steven J. Lopes, 42, born in California to a Portuguese father and Polish mother, who for ten years, since 2005, has been an official of the Vatican congregation for the doctrine of the faith, and was promoted to his present role by Pope Francis on November 24, 2015.

So then, in January Bishop Lopes offered his priests and faithful a pastoral letter with instructions on how to intepret and put into practice “Amoris Laetitia.”

> A Pledged Troth

And naturally everyone immediately rushed to read what it said on the controversial question of communion for the divoced and remarried.

Finding this response:

« A civilly remarried couple, if committed to complete continence, could have the Eucharist available to them, after proper discernment with their pastor and making recourse to the sacrament of reconciliation. »

A response perfectly in line both with the title given to the pastoral letter – “A Pledged Troth” – and above all with the magisterium of the Church of all time, from Saint Paul to the Council of Trent to the last popes before the current one.

Here in more depth is the passage concerning communion for the divorced and remarried.

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A PLEDGED TROTH

by Steven J. Lopes

[…] The formation of conscience « can include the help of the sacraments, » including reconciliation and, under certain conditions, the Eucharist (Amoris Laetitia, no. 351, no. 336). As the Church teaches, and has always and firmly maintained, because reception of the Eucharist is the reception of Christ himself, « anyone conscious of a grave sin must receive the sacrament of Reconciliation before coming to communion » (Catechism of the Catholic Church, 1385).  St. Paul cautioned that « anyone who eats and drinks unworthily, without discerning the body of the Lord, eats and drinks judgment upon himself » (1 Cor. 11:29), as Pope St. John Paul II reaffirmed: “in the Church there remains in force, now and in the future, the rule by which the Council of Trent gave concrete expression to the Apostle Paul’s stern warning when it affirmed that, in order to receive the Eucharist in a worthy manner, one must first confess one’s sins, when one is aware of mortal sin » (Ecclesia de Eucharistia, 36).

Under the guidance of their pastor, avoiding occasions of confusion or scandal, divorced and civilly remarried persons may receive the Eucharist, on the condition that when « for serious reasons, such as for example the children’s upbringing, a man and woman cannot satisfy the obligation to separate, they « take on themselves the duty to live in complete continence, that is, by abstinence from the acts proper to married couples » (Familiaris Consortio, 84). A civilly remarried couple, if committed to complete continence, could have the Eucharist available to them, after proper discernment with their pastor and making recourse to the sacrament of reconciliation. Such a couple may experience continence as difficult, and they may sometimes fail, in which case they are, like any Christian, to repent, confess their sins, and begin anew.

Reconciliation requires contrition, the « sorrow of the soul and detestation for the sin committed, together with the resolution not to sin again » (Catechism of the Catholic Church, 1451). A civilly remarried couple firmly resolving complete chastity thus resolves not to sin again, which differs in kind from a civilly remarried couple who do not firmly intend to live chastely, however much they may feel sorrow for the failure of their first marriage. In this situation, they either do not acknowledge that their unchastity, which is adultery, is gravely wrong, or they do not firmly intend to avoid sin. In either case, the disposition required for reconciliation is not satisfied, and they would receive the Eucharist in a condition of grave sin. Unless and until the civilly remarried honestly intend to refrain from sexual relations entirely, sacramental discipline does not allow for the reception of the Eucharist.

The firm intention for a chaste life is difficult, but chastity is possible, and it « can be followed with the help of grace » (Amoris Laetitia, 295)…  God commands only what is for our goodness, and he never abandons us in our weakness and need. […]

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In the meantime, Pope Francis continues not to respond to the requests – addressed to him in primis by four cardinals – to “bring clarity” on the doubts raised by some passages of his post-synodal exhortation “Amoris Laetitia.”

He has spoken out, so far, with only a few allusive, resentful words. Or by approving what has been said and written in a lenient vein by the Argentine bishops of the region of Buenos Aires and by his vicar for the diocese of Rome.

The pope has chosen to remain silent even when by force of circumstance he has run up against liturgical texts that could have constrained him to speak out.

For example, on October 4, 2015 Francis was careful not to cite or comment on the passage from the Gospel of Mark (10:2-12) that was read in all the Catholic churches of the world at Mass on that Sunday that marked the beginning of the 2015 synod on the family, the passage in which Jesus strictly rules out the divorce allowed by the law of Moses.

And the same thing happened last Sunday, with the parallel passage of the Gospel of Matthew (5:17-37) read at Mass in all the churches. At the Angelus, Francis steered clear of citing both that passage and the other a few lines further on in which Jesus says: “Let your speech be yes, yes, no, no.”

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Returning to the Anglicans who have switched to Catholicism, there is one thriving parish in San Antonio, Texas, born in the 1980’s from a first wave of conversions, that is now asking to join the ordinariate of the Chair of Saint Peter.

But the bishop of San Antonio, Gustavo Garcia-Siller, not only is not allowing it to do so, but has suspended from his role the pastor and founder of the parish, Fr. Christopher Phillips.

The bishop’s fear is that the whole parish, including its numerous faithful of the Latin rite, would slip out of his control and emigrate toward Anglo-Catholic shores, which for him is too old-fashioned both in liturgical terms and in terms of doctrine and pastoral practice, to judge by the letter from its ordinary in commentary on “Amoris Laetitia.”

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)


Los ex anglicanos de Estados Unidos dicen no a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar

Lettera

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Al papa Francisco no le han gustado jamás los anglicanos que se hacen católicos. Prefiere que permanezcan donde están, y lo ha dicho. Pero mientras tanto heredó de su predecesor Benedicto XVI un Ordinariato especial, instituido en el 2012, que se ocupa precisamente de los fieles de Estados Unidos y de Canadá convertidos del anglicanismo.

Este Ordinariato tiene el nombre de Cátedra de San Pedro y funciona como una diócesis inmensa con sede central en Houston, en el Estado de Texas. Forman parte de ella más de cuarenta parroquias. Sus liturgias atesoran la tradición anglicana, la cual no es muy diferente de la tradición católica más apegada a la tradición. Su obispo es Steven J. Lopes, de 42 años de edad, nacido en California, de padre portugués y madre polaca, durante diez años (desde el año 2005) funcionario de la Congregación vaticana para la Doctrina de la Fe, promovido el 24 de noviembre de 2015 a su actual cargo por el papa Francisco.

Ahora bien, en enero el obispo Lopes ofreció a sus sacerdotes y fieles una carta pastoral con las instrucciones sobre cómo interpretar y poner en práctica « Amoris laetitia ».

> A Pledged Troth

Naturalmente, todos se pusieron a leer inmediatamente qué había escrito sobre la controvertida cuestión de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar.

Y encontraron esta respuesta:

« Una pareja casada civilmente, si está comprometida en la abstinencia completa, puede acceder a la Eucaristía, después de un serio discernimiento con su pastor y recurriendo al sacramento de la reconciliación ».

Una respuesta perfectamente en línea tanto con el título dado a la carta pastoral  – « Una fidelidad a toda prueba » – como sobre todo con el magisterio de la Iglesia de siempre, desde san Pablo al Concilio de Trento y a los últimos Papas antes del actual.

Aquí reproducimos más en extenso el pasaje respecto a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar.

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UNA FIDELIDAD A TODA PRUEBA

por Steven J. Lopes

[…] La formación de la conciencia « puede incluir la ayuda de los sacramentos », incluida la Reconciliación y, en ciertas condiciones, la Eucaristía (Amoris laetitia, n. 351, n. 336). Tal como enseña la Iglesia, y tal como sostuvo siempre firmemente – porque recibir la Eucaristía es recibir a Cristo mismo -, « el que es consciente de haber cometido un pecado grave debe recibir el sacramento de la Reconciliación antes de acceder a la comunión » (Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1385). San Pablo ha advertido que « el que come y bebe sin discernir el Cuerpo del Señor, come y bebe su propia condenación » (1 Cor 11, 29), tal como el papa Juan Pablo II lo ha reafirmado: « está vigente, y lo estará siempre en la Iglesia, la norma con la cual el Concilio de Trento ha concretado la severa exhortación del apóstol Pablo, al afirmar que, para recibir dignamente la Eucaristía, ‘debe preceder la confesión de los pecados, cuando uno es consciente de pecado mortal' » (Ecclesia de Eucharistia, n. 36).

Bajo la guía de sus pastores, evitando toda ocasión de confusión y de escándalo, los divorciados que se han vuelto a casar civilmente pueden recibir la Eucaristía, a condición que cuando « por motivos serios – como, por ejemplo, la educación de los hijos – no pueden cumplir la obligación de la separación, asumen el compromiso de vivir en plena continencia, o sea de abstenerse de los actos propios de los esposos » (Familiaris consortio, n. 84). Una pareja que se ha vuelto a casar, si está comprometida en la abstinencia completa, puede acceder a la Eucaristía, luego de un serio discernimiento con su pastor y recurriendo al sacramento de la Reconciliación. Esta pareja puede también experimentar cuán difícil es la continencia, y a veces pueden caer, en esos casos ellos, como todo cristiano, se deben arrepentir, confesar sus pecados y comenzar de nuevo.

La reconciliación exige el arrepentimiento, « el dolor del alma y la detestación del pecado cometido con la resolución de no volver a pecar » (Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1451) Una pareja que se ha vuelto a casar civilmente, firmemente decidida a una castidad completa se compromete entonces a no pecar de nuevo, lo cual es totalmente diferente de la pareja que se ha vuelto a casar civilmente y que no tiene la firme voluntad de vivir castamente, por cuanto puede experimentar dolor por el fracaso del primer matrimonio. En una situación como ésta, o bien ellos no reconocen que su falta de castidad, que es adulterio, es un pecado grave, o bien no tienen el firme propósito de evitar el pecado. En ambos casos la disposición requerida para la reconciliación no se cumple, por eso ellos recibirían la Eucaristía en estado de pecado grave. A menos que y hasta el momento en que los vueltos a casar civilmente intenten abstenerse totalmente de las relaciones sexuales, la disciplina sacramental no les permite recibir la Eucaristía.

El firme propósito de vivir castamente es difícil, pero la castidad es posible y « se puede vivir con la fuerza de la gracia » (Amoris laetitia, n. 295)… Dios ordena sólo lo que es para nuestra felicidad y no nos abandona nunca, ni en la debilidad ni en la necesidad. […]

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Entre tanto, el papa Francisco sigue sin responder a los pedidos – dirigidos a él en primer lugar por cuatro cardenales – de « clarificar » las dudas suscitadas por algunos pasajes de su exhortación post-sinodal « Amoris laetitia ».

Hasta ahora, se ha pronunciado sólo con palabras alusivas y contrariadas. O aprobando cuanto han dicho y escrito permisivamente los obispos argentinos de la región de Buenos Aires y su vicario de la diócesis de Roma.

El Papa ha elegido callar, también cuando por la fuerza de las cosas se encontró con textos litúrgicos que habrían podido obligarlo a pronunciarse.

Por ejemplo, el 4 de octubre del 2015 Francisco se cuidó muy bien de citar y comentar el pasaje del Evangelio de san Marcos (10, 2-12) que se leyó en todas las iglesias católicas del mundo, en Misa, en ese domingo de comienza del sínodo del 2015 sobre la familia, el pasaje en el que Jesús excluye taxativamente el divorcio permitido por la ley de Moisés.

Lo mismo ocurrió el domingo pasado, con el pasaje paralelo del Evangelio de san Mateo (5, 17-37) leído en Misa en todas las iglesias. En el Angelus, Francisco esquivó citar tanto ese pasaje como ese otro de pocas líneas más adelante, en el que Jesús dice: « sea el hablar de ustedes sí, sí, no, no ».

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Volviendo a los anglicanos que se pasaron al catolicismo, hay una floreciente parroquia en San Antonio (Texas), nacida en los años ’80, a partir de una primera oleada de conversiones, la cual pide adherir al Ordinariato de la Cátedra de San Pedro.

Pero el obispo de San Antonio, Gustavo García-Siller, no sólo no lo permite, sino que ha suspendido en su cargo al párroco y fundador de la parroquia, el reverendo Christopher Phillips.

El temor del obispo es que toda la parroquia, con sus numerosos fieles también de rito latino, escape de su control y emigre hacia las costas anglo-católicas, para él demasiado « a la antigua », tanto bajo el perfil litúrgico como bajo el perfil de la doctrina y de la pastoral, a juzgar por la carta de su Ordinario comentando « Amoris laetitia ».

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)


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Sull’ultimo quaderno de « La Civiltà Cattolica » – quello prima del fatidico numero 4000 che esce l’11 febbraio in pompa magna con tanto di dedica e di ennesima intervista papale – c’è un articolo di indubbio interesse che riguarda il Venezuela.

L’autore, Arturo Peraza, 52 anni, è il gesuita che ha preso il posto del connazionale Arturo Sosa Abascal, eletto superiore generale della Compagnia di Gesù, come nuovo provinciale del Venezuela. E traccia un profilo allarmante del disastro in cui ha precipitato il suo paese la « rivoluzione » bolivariana compiuta dal presidente Hugo Chávez (nella foto) e dal suo successore Nicolás Maduro.

Ebbene, padre Peraza definisce « populista » il regime vigente in Venezuela, come lo sono stati – aggiunge – i regimi di Juan ed Evita Perón in Argentina, di Getulio Vargas in Brasile e, in anni più vicini, di Alberto Fujimori in Perù.

Definizione per lui non certo benevola. come si può vedere in questo passaggio del suo articolo su « La Civiltà Cattolica »:

« [In Venezuela] la rivoluzione ha voluto creare un nuovo quadro istituzionale detto ‘socialista’. Ma […] in realtà il progetto chavista è un modello che in politica si può meglio definire come ‘populismo o personalismo politico’ e che in America Latina è stato incarnato, per esempio, da Perón (ed Evita) e Vargas. Oggi si parla di ‘neopopulismo’ per riferirsi a governi come quello di Fujimori o quello di Chávez. Qui la chiave di lettura fondamentale è il fatto che, piuttosto che un quadro istituzionale (formato da partiti e strutture), si sceglie un leader che rappresenta in qualche modo le masse popolari. Questo leader assume una condizione di ‘semi-sovrano’, nel senso che la sovranità risiede nel popolo, il quale, attraverso le elezioni, la delega al presidente eletto. Questi, sebbene dal punto di vista formale sembri sottomettersi alla struttura dello Stato liberale, in realtà se ne discosta radicalmente, adducendo la necessità di trasformazione sociale che egli stesso direttamente rappresenta, assume, promuove e mette in atto. Così gli altri poteri dello Stato diventano meri corifei di chi detiene il potere esecutivo ».

Se però andiamo all’intervista di papa Francesco uscita il 21 gennaio sul quotidiano spagnolo « El País », vediamo che il papa formula sì un giudizio negativo sui populismi dell’Europa e del Nordamerica, addirittura paragonandoli a Hitler, ma parla benissimo dei populismi e dei « movimenti popolari » in America latina.

Ecco la domanda e la risposta su questo punto preciso:

D. – Sia in Europa che in America, le conseguenze di una crisi che non finisce stanno cedendo il  passo a formazioni politiche che raccolgono il disagio dei cittadini, per costruire un messaggio di xenofobia, di odio verso lo straniero. Il caso di Trump è il più eclatante, ma ci sono anche i casi dell’Austria e della Svizzera. La preoccupa  questo fenomeno?

R. – Sono quelli che chiamano i populismi. È una parola fuorviante perché il populismo in America  Latina ha un altro significato. Lì significa che i popoli sono protagonisti, per esempio, i movimenti  popolari. Si organizzano tra di loro… è un’altra cosa. Quando ho cominciato a sentir parlare di populismo qui [in Europa] capivo poco, mi sono perso fino a quando mi hanno spiegato che aveva significati diversi a seconda dei luoghi. Certo, le crisi provocano delle paure, degli allarmi. Per me, l’esempio più tipico dei populismi europei è quello tedesco del ‘33. Dopo Hindenburg, la crisi del 30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua identità,  cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è un ragazzetto di nome Adolf Hitler che  dice “io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo. Questo è il pericolo.

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E questa è una prima contraddizione: tra il giudizio positivo di Jorge Mario Bergoglio sui populismi latinoamericani e il contemporaneo giudizio negativo del provinciale dei gesuiti del Venezuela, su « La Civiltà Cattolica ».

Ma ce n’è anche un’altra di contraddizione, sempre nel giudicare i populismi latinoamericani: tra il Bergoglio che oggi è papa e il Bergoglio che nel 2007 fu il principale autore del documento conclusivo della conferenza di Aparecida tra i vescovi del continente.

In quel documento al quale papa Francesco si richiama tuttora spesso, del populismo latinoamericano si parla una sola volta, nel paragrafo 74. E con giudizi tutti e solo negativi:

« Prendiamo atto che vari processi elettorali denotano un certo progresso democratico. Tuttavia, guardiamo con preoccupazione il rapido avanzamento di diverse forme di regressione autoritaria per via democratica, che sfociano in alcuni casi in regimi di orientamento neopopulista. Questo conferma che non basta una democrazia puramente formale, fondata sulla trasparenza dei processi elettorali, ma che è necessaria una democrazia partecipativa e sostenuta dalla promozione e dal rispetto dei diritti umani. Una democrazia senza valori come questi ricordati si trasforma facilmente in una dittatura e finisce col tradire il popolo ».

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Qual è allora il vero Bergoglio? Quello di Aparecida del 2007 o quello di oggi?

Nessun dubbio. Il suo pensiero autentico sui populismi latinoamericani è quello benevolo, anzi, entusiastico che ha riversato soprattutto in quei suoi « manifesti » politici che sono i tre fluviali discorsi ai « movimenti popolari », da lui convocati una prima volta a Roma nel 2014, una seconda volta in Bolivia a Santa Cruz de la Sierra nel 2015 e una terza volta ancora a Roma nel 2016:

> Bergoglio politico. Il mito del popolo eletto

A livello pratico, questa predilezione di papa Francesco per i populismi latinoamericani si manifesta nella simpatia che egli ha mostrato in più occasioni per dei campioni quali i fratelli Castro a Cuba, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, José Mujica in Uruguay, come pure nella sua freddezza verso gli oppositori di Chávez e Maduro in Venezuela e verso l’attuale presidente dell’Argentina, il « liberale » Mauricio Macri.

Ma c’è anche un retroterra teorico e teologico di questa sua predilezione.

In un paio di interviste papa Francesco non ha esitato a definire la nozione di popolo « una categoria mistica » e « mitica ».

Ma c’è stata una volta in cui questo suo pensiero l’ha espresso più compiutamente. Ed è stata nel discorso che ha rivolto il 13 novembre 2015 a una conferenza del Romano Guardini Stiftung.

Guardini è il filosofo e teologo italo-tedesco sul quale Bergoglio impostò la sua incompiuta tesi di dottorato in teologia. E da lui il papa dice d’aver preso ispirazione per un « concetto di popolo » che ben si accompagna alla « teología del pueblo » del suo maestro gesuita argentino Juan Carlos Scannone.

Il popolo, ha detto Francesco in quel discorso al Romano Guardini Stiftung, è « il compendio di ciò che nell’uomo è genuino, profondo, sostanziale ». Nel popolo, « come in uno specchio », si deve riconoscere il « campo di forza dell’azione divina ». E per questo, ha aggiunto il papa, « a me piace dire – ma ne son convinto – che il popolo non è una categoria logica, è una categoria mistica ».

Sono concetti alti, altissimi. Ma Bergoglio è un uomo pratico. E dal popolo al populismo per lui il passo è breve.

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POST SCRIPTUM
– La divaricazione sopra descritta tra il pensiero di Francesco e quello de « La Civiltà Cattolica » in materia di populismo è la classica eccezione che conferma la regola. E la regola è lo strettissimo legame tra il papa e la rivista.

È il legame che lo stesso Francesco ha confermato e rafforzato nel discorso che ha rivolto giovedì 9 febbraio al collegio degli scrittori de « La Civiltà Cattolica », ricevuti in Vaticano in occasione dell’uscita del numero 4000 della rivista:

« Io nel mio lavoro vi vedo, vi seguo, vi accompagno con affetto. La vostra rivista è spesso sulla mia scrivania. E so che voi nel vostro lavoro non mi perdete mai di vista. Avete accompagnato fedelmente tutti i passaggi fondamentali del mio pontificato, la pubblicazione delle encicliche e delle esortazioni apostoliche, dando di esse una interpretazione fedele ».

Dal che si ricava, ad esempio, che il via libera alla comunione ai divorziati risposati, dato da « La Civiltà  Cattolica » prima ancora che uscisse l’esortazione postsinodale « Amoris laetitia », era ed è « una interpretazione fedele » del pensiero del papa:

> Francesco tace, ma un altro gesuita parla per lui (7.11.2015)

Nello stesso discorso del 9 febbraio Francesco ha inoltre detto che « già da molto tempo la segreteria di Stato invia ‘La Civiltà Cattolica’ a tutte le nunziature nel mondo » e si è felicitato per le nascenti edizioni mensili della rivista anche in spagnolo, inglese, francese e coreano. Un modo in più per fare arrivare ovunque, e con autorità, il proprio pensiero.

This Time, « La Civiltà Cattolica » Dissents From the Pope. On Populism

Chavez

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In the latest issue of “La Civiltà Cattolica” – the one before the fateful issue number 4000 that comes out on February 11 with great fanfare, complete with a papal dedication and his umpteenth interview – there is an article of undeniable interest that concerns Venezuela.

The author, Arturo Peraza, 52, is the Jesuit who took the place of fellow countryman Arturo Sosa Abascal, elected superior general of the Society of Jesus, as the new provincial of Venezuela. And he sketches an alarming profile of the disaster into which his country has been plunged by the Bolivarian “revolution” carried out by President Hugo Chávez (in the photo) and by his successor, Nicolás Maduro.

So then, Fr. Peraza calls the current regime in Venezuela “populist,” as were also – he adds – the regimes of Juan and Evita Perón in Argentina, of Getulio Vargas in Brazil, and more recently of Alberto Fujimori in Peru.

A definition that for him is certainly not favorable, as can be seen in this passage from his article in “La Civiltà Cattolica”:

“[In Venezuela] the revolution set out to create a new institutional framework referred to as ‘socialist.’ But [. . .] in reality the Chavista project is a model that in politics can be better defined as ‘political populism or personalism,’ and that in Latin America was embodied by, for example, Perón (and Evita) and Vargas. Today one speaks of ‘neo-populism’ to refer to governments like that of Fujimori or that of Chávez. Here the fundamental key of interpretation is the fact that, rather than an institutional framework (made up of parties and structure), a leader is selected who in some way represents the popular masses. This leader takes on a condition of ‘semi-sovereign,’ in the sense that the sovereignty resides in the people, who, through elections, delegate it to the president elect. He, although appearing from the formal point of view as subject to the structure of the liberal state, in reality departs from it radically, making necessary the social transformation that he himself represents, assumes, promotes, and sets in motion. So the other powers of the state become mere bandleaders for the one who holds the executive power.”

But if we go to the interview with Pope Francis released on January 21 in the Spanish newspaper “El País,” we see that the pope indeed formulates a negative judgment of the forms of populism in Europe and North America, even comparing them with Hitler, but speaks very favorably of the forms of populism and “popular movements” in Latin America.

Here are the question and answer on this specific point:

Q. – Both in Europe and in America, the repercussions of the crisis that never ends, the growing inequalities, the absence of a strong leadership are giving way to political groups that reflect on the citizens’ malaise, in order to form a message full of xenophobia and hatred towards foreigners. Trump’s case is the most noteworthy, but there are others such as Austria or Switzerland. Are you worried about this trend?

A. – That is what they call populism here. It is an equivocal term, because in Latin America populism has another meaning. In Latin America, it means that the people – for instance, people’s movements – are the protagonists. They are self-organized. When I started to hear about populism in Europe I didn’t know what to make of it, until I realized that it had different meanings. Crises provoke fear, alarm. In my opinion, the most obvious example of populism in the European sense of the word is Germany in 1933. After Hindenburg, after the crisis of 1930, Germany is broken, it needs to get up, to find its identity, it needs a leader, someone capable of restoring its character, and there is a young man named Adolf Hitler who says: « I can, I can ». And Germans vote for Hitler. Hitler didn’t steal power, his people voted for him, and then he destroyed his people. That is the risk.

*

And this is a first contradiction: between Jorge Mario Bergoglio’s positive judgment on the Latin American forms of populism and the simultaneous negative judgment of the provincial of the Jesuits in Venezuela, in “La Civiltà Cattolica.”

But there is another contradiction, again in the judgment of the Latin American forms of populism: between the Bergoglio who is pope today and the Bergoglio who in 2007 was the main author of the concluding document of the conference in Aparecida for the bishops of the continent.

In that document, to which Pope Francis still refers frequently, Latin American populism is mentioned only once, in paragraph 74. And with judgments that are wholly and solely negative:

« We note a certain democratic progress which is evident in various electoral processes. However, we view with concern the rapid advance of various kinds of authoritarian regression by democratic means which sometimes lead to regimes of a neo-populist type. This indicates that a purely formal democracy founded on fair election procedures is not enough, but rather that what is required is a participatory democracy based on promoting and respecting human rights. A democracy without values, such as those just mentioned, easily becomes a dictatorship and ultimately betrays the people. »

*

So which is the real Bergoglio? The one of Aparecida in 2007 or the one of today?

No doubt about it. His authentic thinking on Latin American populism is that which is favorable, even enthusiastic, and that he has lavished above all in those political “manifestos” that are the three copious speeches to the “popular movements” that he convened first in Rome in 2014, then in Santa Crux de la Sierra, Bolivia in 2015, and again in Rome in 2016:

> Bergoglio, Politician. The Myth of the Chosen People

On the practical level, this predilection of Pope Francis for Latin American populism manifests itself in the affection he has repeatedly demonstrated for champions like the Castro brothers in Cuba, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, José Mujica in Uruguay, as also in his coldness toward the opponents of Chávez and Maduro in Venezuela, and toward the current president of Argentina, the « liberal » Mauricio Macri.

But there is also a theoretical and theological backdrop for this predilection of his.

In a couple of interviews Pope Francis did not hesitate to define the notion of the people as a “mystical” and “legendary” category.

But there was one occasion on which he expressed this thinking of his more completely. And it was the speech that he gave on November 13, 2015 to a conference of the Romano Guardini Foundation.

Guardini is the Italian-German philosopher and theologian on whom Bergoglio based his uncompleted doctoral thesis in theology. And as pope he says he has taken inspiration from him for a “concept of the people” that goes along well with the “teología del pueblo” of his Argentine Jesuit teacher Juan Carlos Scannone.

The people, Francis said in that speech to the Romano Guardini Foundation, “signifies the compendium of what is genuine, profound, essential in man.” In the people, “as in a mirror,” one must recognize the “force field of divine action.” And for this reason, the pope added, “I prefer to say – I am certain of it – that ‘people’ is not a logical category, but a mystical category.”

The concepts are high, towering. But Bergoglio is a practical man. And from people to populism is for him a small step.

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POSTSCRIPT – The divergence described above between the thought of Francis and that of “La Civiltà Cattolica” on the subject of populism is the classic exception that proves the rule. And the rule is the very close connection between the pope and the magazine.

It is the connection that Francis himself confirmed and reinforced in the speech that he gave on Thursday, February 9 to the writing staff of “La Civiltà Cattolica,” received at the Vatican on the occasion of the release of issue number 4000 of the magazine:

“In my work I see you, follow you, accompany you with affection. Your magazine is often on my desk. And I know that in your work you never lose sight of me. You have faithfully accompanied all the fundamental phases of my pontificate, the publication of the encyclicals and apostolic exhortations, giving a faithful interpretation of them.”

From which it can be gathered, for example, that the go-ahead on communion for the divorced and remarried, given by “La Civiltà Cattolica” even before the release of the post-synodal exhortation “Amoris Laetitia,” was and is “a faithful interpretation” of the pope’s thought:

> Francis Is Silent, But Another Jesuit Is Speaking For Him (7.11.2015)

In the same speech on February 9, Francis also said that “for a long time the secretariat of state has been sending ‘La Civiltà Cattolica’ to all the nunciatures in the world” and expressed his happiness over the upcoming editions of the magazine in Spanish, English, French, and Korean. One more way to spread his thinking everywhere, and with authority.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)

Esta vez « La Civiltà Cattolica » disiente del Papa. Sobre el populismo

Chavez

> Todos los artículos de Settimo Cielo en español

*

En el último cuaderno de « La Civiltà Cattolica » -que precede al fatídico número 4000 que sale el 11 de febrero con gran pompa, una dedicatoria y la enésima entrevista papal- hay un artículo de indudable interés sobre Venezuela.

El autor, Arturo Peraza, de 52 años, es el jesuita que ha ocupado el puesto de provincial de Venezuela en sustitución de su connacional Arturo Sosa Abascal, elegido superior general de la Compañía de Jesús. Y traza un perfil alarmante del desastre en el que ha precipitado a su país la « revolución » bolivariana llevada a cabo por el presidente Hugo Chávez (en la fotografía) y su sucesor Nicolás Maduro.

Pues bien, el padre Peraza define »populista » el régimen vigente en Venezuela, como lo fueron -añade- los regímenes de Juan y Evita Perón en Argentina, de Getulio Vargas en Brasil y, en años más cercanos, el de Alberto Fujimori en Perú.

Definición que, para él, ciertamente no es benévola, como se puede leer en este pasaje de su artículo de « La Civiltà Cattolica »:

« [En Venezuela] la revolución ha querido crear un nuevo marco institucional llamado ‘socialista’. Pero […] en realidad el proyecto chavista  es un modelo que en política se puede definir mejor como ‘populismo o personalismo político’ y que en América Latina ha sido encarnado, por ejemplo, por Perón (y Evita) y Vargas. Hoy se habla de ‘neopopulismo’ para referirse a los gobiernos como el de Fujimori o el de Chávez. Aquí, la clave de lectura fundamental es el hecho que, más que un marco institucional (formado por partidos y estructuras), se elige un líder que representa, de alguna manera, a las masas populares. Este líder asume una condición de ‘semi-soberano’, en el sentido que la soberanía reside en el pueblo el cual, a través de las elecciones, la delega en el presidente elegido. Éste, aunque parece que desde el punto de vista formal se somete a la estructura del estado liberal, en realidad se separa de él radicalmente, aduciendo la necesidad de transformación social que él directamente representa, asume, promueve y pone en marcha. Así, los otros poderes del estado se convierten en meros corifeos de quien tiene el poder ejecutivo ».

Sin embargo, si leemos la entrevista al Papa Francisco publicada el 21 de enero en el periódico español « El País », vemos que el Papa sí que expresa un juicio negativo sobre los populismos de Europa y Norteamérica, a los que compara incluso con Hitler, pero habla muy bien de los populismos y de los « movimientos populares » de América Latina.

He aquí la pregunta y la respuesta sobre este punto concreto:

P. – Tanto en Europa como en América, las consecuencias de una crisis que no acaba, el aumento de la desigualdad, la ausencia de liderazgos sólidos están dando paso a formaciones políticas que están recogiendo el malestar de los ciudadanos, para construir un mensaje de xenofobia, de odio hacia el extranjero. El caso de Trump es el más llamativo, pero ahí están también los casos de Austria e incluso Suiza. ¿Está preocupado por este fenómeno?

R. – Es lo que llaman los populismos. Que es una palabra equívoca porque en América Latina el populismo tiene otro significado. Allí significa el protagonismo de los pueblos, por ejemplo los movimientos populares. Se organizan entre ellos… es otra cosa. Cuando oía populismo acá no entendía mucho, me perdía hasta que me di cuenta de que eran significados distintos según los lugares. Claro, las crisis provocan miedos, alertas. Para mí el ejemplo más típico de los populismos en el sentido europeo de la palabra es el 33 alemán. Después de Hindenburg, la crisis del 30, Alemania destrozada, busca levantarse, busca su identidad, busca un líder, alguien que le devuelva la identidad y hay un muchachito que se llama Adolf Hitler y dice “yo puedo, yo puedo”. Y toda Alemania vota a Hitler. Hitler no robó el poder, fue votado por su pueblo, y después destruyó a su pueblo. Ese es el peligro.

*

Ésta es una primera contradicción: por un lado, el juicio positivo de Jorge Mario Bergoglio sobre los populismos latinoamericanos y, por el otro, el juicio negativo contemporáneo del provincial de los jesuitas de Venezuela en « La Civiltà Cattolica ».

Pero hay otra contradicción al juzgar los populismos latinoamericanos: entre el Bergoglio que hoy es Papa y el Bergoglio que en 2007 fue el principal autor del documento conclusivo de la conferencia de Aparecida de los obispos del continente.

En ese documento, al que el Papa Francisco sigue haciendo referencia a menudo, se habla una sola vez de populismo latinoamericano y, en concreto, en el párrafo 74. Y con juicios todos y sólo negativos:

« Constatamos un cierto progreso democrático que se demuestra  en diversos procesos electorales. Sin embargo, vemos con preocupación el acelerado avance de diversas formas de regresión autoritaria por vía democrática que, en ciertas ocasiones, derivan en  regímenes de corte neopopulista. Esto indica que no basta una democracia puramente formal, fundada en la limpieza de los procedimientos electorales, sino que es necesaria una democracia participativa y basada en la promoción y respeto de los derechos  humanos. Una democracia sin valores, como los mencionados, se vuelv fácilmente una dictadura y termina traicionando al pueblo ».

*

¿Cuál es entonces el verdadero Bergoglio? ¿El de Aparecida de 2007 o el actual?

Ninguna duda al respecto. Su pensamiento auténtico sobre los populismos latinoamericanos es el benévolo, es más, el entusiasta que ha expresado, sobre todo, en esos larguísimos discursos, « manifiestos » políticos, dedicados a los « movimientos populares » que convocó por primera vez en Roma en 2014, por segunda en Bolivia, en Santa Cruz de la Sierra, en 2015 y por tercera vez, de nuevo en Roma, en 2016:

> Bergoglio político. El mito del pueblo elegido

A nivel práctico, esta predilección del Papa Francisco por los populismos latinoamericanos se manifiesta en la simpatía que ha mostrado en más de una ocasión por algunos de sus representantes como, por ejemplo, los hermanos Castro en Cuba, Evo Morales en Bolivia, Rafael Correa en Ecuador, José Mujica en Uruguay, como también ha mostrado frialdad hacia los opositores de Chávez y Maduro en Venezuela y hacia el actual presidente de Argentina, el « liberal » Mauricio Macri.

Pero hay un origen teórico y teológico a esta predilección del Papa.

En un par de entrevistas el Papa Francisco no ha dudado en definir la noción de pueblo como « una categoría mística » y « mítica ».

Pero una vez expresó este pensamiento de una manera más completa. Fue en el discurso que dirigió el 13 de noviembre en un congreso del Romano Guardini Stiftung.

Guardini es el filósofo y teólogo italo-alemán sobre el que Bergoglio planteó su inacabada tesis doctoral en Teología. El Papa dice que tomó de él la inspiración para un « concepto de pueblo » que se acompaña bien con la « teología del pueblo » de su maestro jesuita argentino Juan Carlos Scannone.

El pueblo, dijo Francisco en ese discurso en el Romano Guardini Stiftung, es « el compendio de lo que en el hombre es genuino, profundo, sustancial ». En el pueblo, « como en un espejo », se debe reconocer el « campo de fuerza de la acción divina ». Y por esto, ha añadido el Papa, « a mí me gusta decir -pero estoy convencido de ello- que el pueblo no es una categoría lógica, es una categoría mística ».

Son concepto elevados, elevadísimos. Pero Bergoglio es un hombre práctico. Y para él el paso del pueblo al populismo es breve.

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POST SCRIPTUM – La divergencia anteriormente descrita entre el pensamiento de Francisco y el de « La Civiltà Cattolica » en materia de populismo es la clásica excepción que confirma la regla. Y la regla es el estrechísimo vínculo entre el Papa y la revista.

Es el vínculo que el propio Francisco ha confirmado y reforzado en el discurso que ha dirigido el jueves 9 de febrero al grupo de escritores de « La Civiltà Cattolica », recibidos en el Vaticano con ocasión de la salida del número 4000 de la revista:

« Yo, en mi trabajo, os veo, os sigo, os acompaño con afecto. Vuestra revista está a menudo en mi escritorio. Y sé que vosotros, en vuestro trabajo, no me perdéis nunca de vista. Habéis acompañado fielmente todos los pasajes fundamentales de mi pontificado, la publicación de las encíclicas y de las exhortaciones apostólicas, dando de ellas una interpretación fiel ».

De esto se deduce, por ejemplo, que el vía libre a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, dado por hecho por « La Civiltà  Cattolica » antes incluso de que saliera la exhortación post-sinodal « Amoris laetitia », era y es « una interpretación fiel » del pensamiento del Papa:

> Francisco calla, pero otro jesuita habla por él (7.11.2015)

En el mismo discurso del 9 de febrero, Francisco ha añadido que « ya desde hace mucho tiempo la secretaría de Estado envía ‘La Civiltà Cattolica’ a todas las nunciaturas del mundo » y se ha alegrado por las próximas ediciones de la revista en español, inglés, francés y coreano. Otro modo para hacer llegar a todas partes, y con autoridad, su pensamiento.

(Traducción en español de Helena Faccia Serrano, Alcalá de Henares, España)

Rivelazioni. Sui manifesti non doveva esserci il papa, ma Francesco Totti

Totti

Per tre giorni è sembrato che cascasse il mondo, finché all’improvviso è saltato su uno a decretare la fine della storia. Non Francis Fukuyama, ma l’umile Guido Mocellin, solerte titolare su « Avvenire » di un osservatorio sulla presenza della Chiesa nel web:

> La rete svela il banale equivoco dei manifesti contro Francesco

Già, i manifesti. Erano comparsi nelle vie di Roma la mattina di sabato 4 febbraio e apostrofavano il papa in romanesco con un « A France’, ma n’do sta la tua misericordia? », dopo aver elencato quattro o cinque suoi atti d’imperio, tra cui la « decapitazione » dei Cavalieri di Malta.

Ne era immediatamente seguito un coro di indignate condanne dei denigratori e più ancora dei loro « committenti », nonché di accorata solidarietà col denigrato, in un rincorrersi di dichiarazioni tra il cardinale vicario Agostino Vallini, il cardinale Marc Ouellet, la Presidenza della Conferenza episcopale italiana e giù giù a scendere nelle gerarchie ma non negli ascolti il direttore de « La Civiltà Cattolica » Antonio Spadaro e il numero uno della « scuola di Bologna » Alberto Melloni, che su « la Repubblica » addirittura reclamava che papa Francesco spogliasse della porpora, anche solo per « la metà di quel che ha detto e fatto », il malcapitato cardinale Gerhard L. Müller, come fosse lui, chissà perché, il supremo mandante della pasquinata.

Poi, all’improvviso, tutti zitti. E tutti a vedere il Festival di Sanremo.

Perché era proprio lì, a Sanremo, l’origine dello sconquasso, stando alla meticolosa ricostruzione fatta da Mocellin su « Avvenire ».

Risalendo infatti « link dopo link » all’origine dei manifesti, egli ha scoperto che il loro bersaglio non doveva essere il papa ma un altro Francesco, il popolarissimo capitano della Roma Francesco Totti, colpevole di comparire come ospite al Festival di Sanremo, atto intollerabile per alcuni tifosi della Lazio.

Senonché questi tifosi, a furia di ritardare la consegna del testo del manifesto alla tipografia, hanno indotto questa a lavorare su un testo fittizio, un copia-incolla sfornato da un loro grafico che è anche « corrispondente da Roma dell’agenzia Catholic Enough ». E a quel punto il patatrac era fatto. L’incaricato della foto, lette le parole, ha messo il papa invece di Totti e, quando ancora i tifosi della Lazio non s’erano fatti vivi col loro testo, i manifesti erano affissi sui muri della città.

« Tranquilli: nessuno ce l’aveva con papa Francesco », concludeva Mocellin il suo resoconto su « Avvenire », la mattina di mercoledì 8 febbraio.

E la sera di quello stesso giorno Francesco Totti era a Sanremo, a raccontare a 14 milioni di telespettatori che una volta per scherzo, negli spogliatoi, gli avevano tagliato via la cima dei calzini, così che le dita gli sbucavano fuori: « Ero come Padre Pio ».

C’è mancato solo che sul palco dell’Ariston comparisse l’altro Francesco, il papa.

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Ultime da Santa Marta. Porte aperte alle donne sacerdote

donna vescovo

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Il 2 agosto del 2016 papa Francesco ha istituito una commissione per studiare la storia del diaconato femminile, ai fini di un suo eventuale ripristino. E alcuni hanno visto in questo un primo passo verso il sacerdozio delle donne, nonostante lo stesso Francesco sembri averlo escluso tassativamente, rispondendo così a una domanda sull’aereo di ritorno dal suo viaggio in Svezia, lo scorso 1 novembre (nella foto il suo abbraccio con l’arcivescovo luterano svedese Antje Jackelen):

« Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane ».

A leggere però l’ultimo numero de « La Civiltà Cattolica », la questione delle donne sacerdote appare tutt’altro che chiusa. Anzi, apertissima.

« La Civiltà Cattolica » non è una rivista qualsiasi. Per statuto ogni sua riga è stampata con il previo controllo della Santa Sede. Ma in più c’è lo strettissimo rapporto confidenziale che intercorre tra Jorge Mario Bergoglio e il direttore della rivista, il gesuita Antonio Spadaro.

Il quale a sua volta ha il suo collaboratore più fidato nel vicedirettore Giancarlo Pani, anche lui gesuita come tutti gli scrittori della rivista.

Ebbene, nell’articolo a sua firma che apre l’ultimo numero de « La Civiltà Cattolica » padre Pani fa tranquillamente a pezzi proprio « l’ultima parola chiara » – cioè il no tondo tondo – che Giovanni Paolo II ha pronunciato contro il sacerdozio delle donne.

Per vedere come, non resta che rileggere questo passaggio dell’articolo, propriamente dedicato alla questione delle donne diacono, ma che da lì prende spunto per auspicare anche delle donne sacerdote.

*

NON SI PUÒ SOLO RICORRERE AL PASSATO

di Giancarlo Pani S.I.

[…] Nella Pentecoste del 1994 papa Giovanni Paolo II ha riassunto, nella Lettera apostolica « Ordinatio sacerdotalis« , il punto di arrivo di una serie di precedenti interventi magisteriali (tra cui l’ »Inter insigniores »), concludendo che Gesù ha scelto solo uomini per il ministero sacerdotale. Quindi «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale. Questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

Il pronunciamento era una parola chiara per quanti ritenevano di poter discutere il rifiuto dell’ordinazione sacerdotale alle donne. Tuttavia, […] qualche tempo dopo, in seguito ai problemi suscitati non tanto dalla dottrina quanto dalla forza con cui essa era presentata, veniva posto alla Congregazione per la Dottrina della Fede un quesito: l’ »ordinatio sacerdotalis » può «considerarsi appartenente al deposito della fede?». La risposta è stata «affermativa», e la dottrina è stata qualificata « infallibiliter proposita », cioè che «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli».

Le difficoltà di recezione della risposta ha creato «tensioni» nei rapporti tra Magistero e Teologia per i problemi connessi. Essi sono pertinenti alla teologia fondamentale circa l’infallibilità. È la prima volta nella storia che la Congregazione si appella esplicitamente alla Costituzione « Lumen gentium », n. 25, dove si proclama l’infallibilità di una dottrina perché insegnata come da ritenersi in modo definitivo dai vescovi dispersi nel mondo ma in comunione fra loro e con il successore di Pietro.

Inoltre, la questione tocca la teologia dei sacramenti, perché riguarda il soggetto del sacramento dell’Ordine, che tradizionalmente è appunto l’uomo, ma non tiene conto degli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società. Si tratta di dignità, di responsabilità e di partecipazione ecclesiale.

Il fatto storico dell’esclusione della donna dal sacerdozio per l’ »impedimentum sexus » è innegabile. Tuttavia già nel 1948, e quindi molto prima delle contestazioni degli anni Sessanta, p. Congar faceva presente che «l’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai».

Inoltre, aggiunge un altro teologo, «il “consensus fidelium” di tanti secoli è stato chiamato in causa nel XX secolo soprattutto a motivo dei profondi cambiamenti socio-culturali che hanno interessato la donna. Non avrebbe senso sostenere che la Chiesa deve cambiare solo perché i tempi sono cambiati, ma resta vero che una dottrina proposta dalla Chiesa chiede di essere compresa dall’intelligenza credente. La disputa sulle donne prete potrebbe essere messa in parallelo con altri momenti della storia della Chiesa; in ogni caso oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le « auctoritates », cioè le posizioni ufficiali del Magistero, ma tanti cattolici fanno fatica a comprendere le « rationes » di scelte che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo. Oggi c’è un disagio tra chi non riesce a comprendere come l’esclusione della donna dal ministero della Chiesa possa coesistere con l’affermazione e la valorizzazione della sua pari dignità». […]

*

A giudizio de « La Civiltà Cattolica », quindi, non solo vanno messe in dubbio l’infallibilità e la definitività del « no » di Giovanni Paolo II alle donna sacerdote, ma più di questo « no » valgono « gli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società ».

Questi sviluppi – prosegue il ragionamento della rivista – rendono ormai incomprensibili le « rationes » di divieti « che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo ».

In altre parole, il fatto che la Chiesa cattolica non abbia mai avuto donne sacerdote non impedisce che ne abbia in futuro:

« Non si può sempre ricorrere al passato, quasi che solo nel passato vi siano indicazioni dello Spirito. Anche oggi il Signore guida la Chiesa e suggerisce di assumere con coraggio prospettive nuove ».

E Francesco per primo « non si limita a ciò che già si conosce, ma vuole addentrarsi in un campo complesso e attuale, perché sia lo Spirito a guidare la Chiesa », conclude « La Civiltà Cattolica », evidentemente con l’imprimatur del papa.

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Latest From Santa Marta. Open Doors For Women Priests

donna vescovo

 

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On August 2, 2016, Pope Francis instituted a commission to study the history of the female diaconate, for the purpose of its possible restoration. And some have seen this as a first step toward priesthood for women, in spite of the fact that Francis himself seems to have ruled it out absolutely, responding as follows to a question on the return flight from his journey to Sweden last November 1 (in the photo, his embrace with Swedish Lutheran archbishop Antje Jackelen):

« For the ordination of women in the Catholic Church, the last clear word was given by Saint John Paul II, and this holds. »

But to read the latest issue of “La Civiltà Cattolica,” the question of women priests appears to be anything but closed. On the contrary, wide open.

“La Civiltà Cattolica” is not just any magazine. By statute, every line of it is printed after inspection by the Holy See. But in addition there is the very close confidential relationship between Jorge Mario Bergoglio and the magazine’s editor, the Jesuit Antonio Spadaro.

Who in turn has his most trusted colleague in deputy editor Giancarlo Pani, he too a Jesuit like all the writers of the magazine.

So then, in the article with his byline that appears in the latest issue of “La Civiltà Cattolica,” Fr. Pani calmly rips to shreds the “last clear word” – meaning the flat no – that John Paul II spoke against women’s priesthood.

To see how, all it takes is to reread this passage of the article, properly speaking dedicated to the question of women deacons, but taking the cue from there to express hopes for women priests as well.

*

ONE CANNOT SIMPLY RESORT TO THE PAST

by Giancarlo Pani, S.J.

[…] On Pentecost of 1994, Pope John Paul II summarized, in the apostolic letter “Ordinatio Sacerdotalis,” the outcome of a series of previous magisterial statements (including “Inter Insigniores”), concluding that Jesus has chosen only men for the priestly ministry. Therefore “the Church has no authority whatsoever to confer priestly ordination on women. This judgment is to be definitively held by all the Church’s faithful.”

The statement was a clear word for those who maintained that the refusal of priestly ordination for women could be discussed. Nonetheless, […] some time later, following the problems raised not so much by the doctrine as by the force with which it was presented, the Congregation for the Doctrine of the Faith was presented with a question: can “ordinatio sacerdotalis” be “considered as belonging to the deposit of the faith?” The answer was “affirmative,” and the doctrine was described as “infallibiliter proposita,” meaning that “it must be held always, everywhere, and by all the faithful.”

Difficulties with the answer’s reception have created “tensions” in relations between magisterium and theology over the connected problems. These are pertinent to the fundamental theology on infallibility. It is the first time in history that the congregation explicitly appealed to the constitution “Lumen Gentium” no. 25, which proclaims the infallibility of a doctrine that is taught as definitively binding by the bishops dispersed throughout the world but in communion among themselves and with the successor of Peter.

Moreover, the question touches upon the theology of the sacraments, because it concerns the subject of the sacrament of Orders, which traditionally is indeed man, but this does not take into account the developments that the presence of woman in the family and in society has undergone in the 21st century. This is a matter of ecclesial dignity, responsibility, and participation.

The historical fact of the exclusion of woman from the priesthood because of the “impedimentum sexus” is undeniable. Nevertheless, already in 1948, and therefore well ahead of the disputes of the 1960’s, Fr. Congar pointed out that “the absence of a fact is not a decisive criterion for concluding prudently in every case that the Church cannot do it and will never do it.”

Moreover, another theologian adds, the “consensus fidelium” of many centuries has been called into question in the 20th century above all on account of the profound sociocultural changes concerning woman. It would not make sense to maintain that the Church must change only because the times have changed, but it remains true that a doctrine proposed by the Church needs to be understood by the believing intelligence. The dispute over women priests could be set in parallel with other moments of Church history; in any case, today in the question of female priesthood the “auctoritates,” or official positions of the magisterium, are clear, but many Catholics have a hard time understanding the “rationes” of decisions that, more than expressions of authority, appear to signify authoritarianism. Today there is unease among those who fail to understand how the exclusion of woman from the Church’s ministry can coexist with the affirmation and appreciation of her equal dignity.” […]

*

In the judgment of “La Civiltà Cattolica,” therefore, not only should the infallibility and definitiveness of John Paul II’s “no” to women priests be brought into doubt, but more important than this “no” are the “developments that the presence of woman in the family and society has undergone in the 21st century.”

These developments – the reasoning of the magazine continues – now render incomprehensible the “rationes” for prohibitions “that, more than expressions of authority, appear to signify authoritarianism.”

“One cannot always resort to the past, as if only in the past are there indications of the Spirit. Today as well the Spirit is guiding the Church and suggesting the courageous assumption of new perspectives.”

And Francis is the first “not to limit himself to what is already known, but wants to delve into a complex and relevant field, so that it may be the Spirit who guides the Church,” concludes “La Civiltà Cattolica,” evidently with the pope’s imprimatur.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)

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Novedades desde Santa Marta. Puertas abiertas a las mujeres sacerdotes

donna vescovo

 

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El 2 de agosto del 2016 el papa Francisco instituyó una comisión para estudiar la historia del diaconado femenino, a los fines de una eventual restauración. Algunos vieron en esto un primer paso hacia el sacerdocio de las mujeres, a pesar que el mismo papa Francisco pareció haberlo excluido taxativamente, al responder de este modo a una pregunta en el vuelo de regreso de su viaje a Suecia, el pasado 1 de noviembre (en la foto su abrazo con el arzobispo luterano sueco Antje Jackelen):

« Sobre la ordenación de mujeres en la Iglesia Católica, la última palabra clara fue pronunciada por san Juan Pablo II, y ésta permanece ».

Pero al leer el último número de « La Civiltà Cattolica », la cuestión de las mujeres sacerdotes aparece muy lejos de estar cerrada. Más bien, aparece abiertamente.

« La Civiltà Cattolica » no es una revista cualquiera. Por estatuto, cada una de sus líneas es impresa con el control previo de la Santa Sede. Pero además está el estrechísimo vínculo confidencial que existe entre Jorge Mario Bergoglio y el director de la revista, el jesuita Antonio Spadaro.

Quien a su vez tiene su colaborador de más confianza en el vice-director Giancarlo Pani, también él jesuita, al igual que todos los escritores de la revista.

Ahora bien, en el artículo firmado por él y que abre el último número de « La Civiltà Cattolica », el padre Pani hace pedazos tranquilamente precisamente « la última palabra clara » – es decir, el no claro y tajante – que Juan Pablo II pronunció contra el sacerdocio de las mujeres.

Para ver de qué manera lo hace, no queda más que releer este pasaje del artículo, justamente dedicado a la cuestión de las mujeres diaconisas, pero del cual vislumbra una señal para tener esperanzas también en la cuestión de las mujeres sacerdotes.

*

NO SE PUEDE SÓLO RECURRIR AL PASADO

por Giancarlo Pani S.I.

[…] En la solemnidad de Pentecostés de 1994 el papa Juan Pablo retomó, en la Carta Apostólica « Ordinatio sacerdotalis« , el punto de llegada de una serie de anteriores intervenciones magisteriales (entre ellas « Inter insigniores »), concluyendo que Jesús ha elegido solamente hombres para el ministerio sacerdotal. En consecuencia, «la Iglesia no tiene en modo alguno la facultad de conferir la ordenación sacerdotal a las mujeres. Este dictamen debe ser considerado como definitiva por todos los fieles de la Iglesia».

El pronunciamiento era una palabra clara para todos los que consideraban que podían discutir el rechazo de la ordenación sacerdotal de las mujeres. Sin embargo, […] poco tiempo después, luego de los problemas suscitados no tanto por la doctrina cuanto por la fuerza con la que era presentada, se planteaba un interrogante a la Congregación para la Doctrina de la Fe: la « Ordinatio sacerdotalis » puede «ser considerada como perteneciente al depósito de la fe?». La respuesta fue «afirmativa», y la doctrina ha sido calificada como « infallibiliter proposita », es decir, «se la debe mantener siempre, en todas partes y por todos los fieles».

Las dificultades de recepción de la respuesta creó «tensiones» en las relaciones entre Magisterio y Teología por los problemas vinculados. Éstos son relevantes a la teología fundamental respecto a la infalibilidad. Es la primera vez en la historia que la Congregación apela explícitamente a la Constitución « Lumen gentium », n. 25, donde se proclama la infalibilidad de una doctrina porque es enseñada para que se la considere como definitiva por los obispos dispersos en el mundo, pero en comunión entre ellos y con el sucesor de Pedro.

Además, la cuestión roza la teología de los sacramentos, porque se refiere al sujeto del sacramento del Orden Sagrado, que tradicionalmente es justamente el hombre, pero no toma en cuenta los desarrollos que en el siglo XXI han tenido la presencia y el rol de la mujer en la familia y en la sociedad. Se trata de dignidad, de responsabilidad y de participación eclesial.

El hecho histórico de la exclusión de la mujer del sacerdocio por el « impedimentum sexus » es innegable. Pero ya en 1948, mucho antes de las disputas de los años sesenta, el padre Congar hacía presente que «la ausencia de un hecho no es criterio decisivo para concluir siempre prudentemente que la Iglesia no puede hacerlo y no lo hará jamás».

Además, agrega otro teólogo, «el “consensus fidelium” de muchos siglos cuestionado en el siglo XX, sobre todo a causa de los profundos cambios sociales-culturales que han afectado a las mujeres. No tendría sentido sostener que la Iglesia debe cambiar sólo porque han cambiado los tiempos, sino que sigue siendo verdad que una doctrina propuesta por la Iglesia reclama ser comprendida por la inteligencia creyente. La disputa sobre las mujeres podría ser puesta en paralelo con otros momentos de la historia de la Iglesia; en todo caso, en la cuestión del sacerdocio femenino son claras las « auctoritates », es decir, las posiciones oficiales del Magisterio, pero muchos católicos se esfuerzan para comprender las « rationes » de opciones que, más que expresión de autoridad, parecen significar autoritarismo. Hoy hay malestar entre quienes no llegan a comprender cómo la exclusión de la mujer del ministerio de la Iglesia puede coexistir con la afirmación y la valoración de su igual dignidad». […]

*

A juicio de « La Civiltà Cattolica », entonces, no sólo se ponen en duda la infalibilidad y el carácter definitivo del « no » de Juan Pablo II a las mujeres sacerdotes, pero más que este « no » son válidos « los desarrollos que en el siglo XXI han tenido la presencia y el rol de la mujer en la familia y en la sociedad ».

Estos desarrollos – prosigue el razonamiento de la revista – hacen ahora incomprensibles las « rationes » de las prohibiciones « que, más que expresión de autoridad, parecen significar autoritarismo ».

En otras palabras, el hecho que la Iglesia Católica no haya tenido jamás mujeres sacerdotes no impide que las haya en el futuro:

« No se puede recurrir siempre al pasado, como si solamente en el pasado hay indicaciones del Espíritu. También hoy el Señor guía a la Iglesia y sugiere asumir con valentía perspectivas nuevas ».

Y Francisco es el primero que « no se limita a lo que ya se conoce, sino que quiere adentrarse en un campo complejo y actual, para que sea el Espíritu quien guíe a la Iglesia », concluye « La Civiltà Cattolica », evidentemente con el imprimatur del Papa.

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)

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Auteur : erlande

68 ans;45 ans d'expérience dans la communication à haut niveau;licencié en lettres classiques;catholique;gaulliste de gauche à la Malraux;libéral-étatiste à la Jacques Rueff;maître:Saint Thomas d'Aquin:pro-vie sans concession.Centres 'intérêt avec connaissances:théologie,metaphysie,philosophies particulières,morale,affectivité,esthétique,politique,économie,démographie,histoire,sciences physique:physique,astrophysique;sciences de la vie:biologie;sciences humaines:psychologie cognitive,sociologie;statistiques;beaux-arts:littérature,poésie,théâtre,essais,pamphlets;musique classique.Expériences proffessionnelles:toujours chef et responsable:chômage,jeunesse,toxicomanies,énergies,enseignant,conseil en communication:para-pubis,industrie,services;livres;expérience parallèle:campagne électorale gaulliste.Documentation:5 000 livres,plusieurs centaines d'articles.Personnalité:indifférent à l'argent et aux biens matériels;généraliste et pas spécialiste:de minimis non curat praetor;pas de loisirs,plus de vacances;mémoire d'éléphant,pessimiste actif,pas homme de ressentiment;peur de rien sauf du jugement de Dieu.Santé physique:aveugle d'un oeil,l'autre très faible;gammapathie monoclonale stable;compressions de divers nerfs mal placés et plus opérable;névralgies violentes insoignables;trous dans les poumons non cancéreux pour le moment,insomniaque.Situation matérielle:fauché comme les blés.Combatif mais sans haine.Ma devise:servir.Bref,un apax qui exaspère tout le monde mais la réciproque est vraie!

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